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02/12/2014, 14:40

social business communities



Innovazione-sociale,-5-spunti-dallâEuropean-BarCamp


 Erano 22 le organizzazioni europee presenti all’evento promosso da Italia Camp a Milano, il 28 e 29 novembre,  dal titolo  Promoting social innovation. A european perspective, nell’ambito delle inizia



Erano 22 le organizzazioni europee presenti all’evento promosso da Italia Camp a Milano, il 28 e 29 novembre,  dal titolo  Promoting social innovation. A european perspective, nell’ambito delle iniziative promosse dall’Agenzia nazionale per i giovaninel semestre europeo della presidenza italiana. Un dibattito tra protagonisti del settore dell’innovazione sociale, pensato per un confronto a tutto campo negli ambiti del business, della policy e dell’advocacy, in tre sessioni per confrontare le prassi già esistenti e i margini di sviluppo di un discorso che si fa sempre più centrale nel continente europeo, perché legato alla crescita dell’economia ma anche a una svolta sociale e culturale già in atto. Quali sono stati i più interessanti spunti della due giorni svoltasi a Milano, presso l’Accademia di Belle Arti di Brera?

1. Generare valore ma anche ritorno economico
L’innovazione sociale è un vettore per il cambiamento ma anche per il business: si tratta di creare valore ma anche di redistribuirlo alla comunità. Ma chi sono gli attori di questo processo e in che ambiti operano? Il quadro è composito, come emerso dalla prima sessione del barcamp, dal titolo Fostering social innovation in business: si va dalla corporate di prestigio, che vuole investire nei talenti, ai progetti promossi dalle municipalità, come la milanese FabriQ, dalle comunità aperte, come la francese MakeSense, alle organizzazioni non-profit, come la portoghese Sea. Le accomuna l’obiettivo di cambiare le regole dell’innovazione e del mercato, estendendo la partecipazione a un numero sempre più ampio di soggetti che devono mettersi in gioco per promuovere un sistema dove non c’è un singolo solo a beneficiare, ma un’intera comunità.Più complicato è concepire tutta l’infrastruttura di un’innovazione che deve individuare produttori, consumatori, nicchie di mercato se vuole mirare anche alla crescita occupazionale.

2. Allargare il target
A chi deve rivolgersi l’innovazione sociale? 
A tutti, certo, ma anche a particolari fasce di popolazione, al fine di risolvere problemi urgenti come le ineguaglianze o le differenze di genere. Sono molti i progetti di ricerca e le attività di policy making che spingono gli stati a implementare gli interventi di innovazione sociale, promossi da realtà eterogenee come enti di ricerca e associazioni che operano per consentire alle persone di accedere al credito, di conciliare lavoro e famiglia, di ritrovare un’occupazione, come quelle intervenute alla seconda sessione dell’evento milanese dal titolo Policies for social innovation, social innovation throug policies. Il tema profondo, come sottolineato però da Daniel Edmiston di Cressi, un progetto di ricerca interno alla Business School di Oxford, è capire se c’è abbastanza radicalità in questi approcci o se si è in presenza di forme paradigmatiche di assistenzialismo  all’interno di politiche di vecchio stampo, sociali certo, ma non innovative.

3. Densità e localizzazione: la via italiana
Sono diversi gli attori dell’innovazione sul panorama italiano, ma è anche il contesto a determinare certe dinamiche, da assecondare o meno nella creazione di un’ecosistema dell’innovazione. Secondo Damiano Ramazzotti, coo di Talent Garden, c’è più bisogno di densità che di quantità,  e devono moltiplicarsi i soggetti che partecipano all’innovazione: non bastano solo le startup. C’è anche bisogno di focalizzarsi su contesti urbani diversi: come dimostra il caso di FabriQ, l’incubatore dedicato alla promozione della social innovation del comune di Milano, lanciato nel 2012 e sito a Quarto Oggiaro, gli investimenti nel campo dell’innovazione sociale hanno più senso se rilanciano le aree periferiche della città.

4. Advocacy, consultancy o lobbyng?
Tra i temi più importanti emersi al barcamp, il bisogno complessivo di un chiarimento su cosa è realmente la social innovation e a cosa mira (una coppia di parole sopravvalutata? una politica buona per tutte le stagioni e per le agende di tutti i governi) , ma anche sul concetto di advocacy, ovvero il processo di pressione a supporto dell’affermazione di un tema. Laddove è condotta da organizzazioni è l’espressione di un’attività di lobby o di interessi non perfettamente bipartisan? Al dibattito sul tema  Advocating social innovation erano presenti realtà europee come il think tank belga Bruegel, le inglesi Euclid Network e Young Foundation, le italiane Talent Garden, Italia Camp Foundation e Aiesec. Seppur con metodi diversi, lo scopo comune di queste organizzazioni è farsi bridge tra portatori di interessi e promuovere modelli di innovazione, sociale ed economica, chiari e evidence-based , che mettono in gioco la società civile, la classe imprenditoriale e la politica. Come sottolineato da Filippo Addariidi Young Foundation, la social innovation non può essere un titolo da quotidiano ma mira a un cambiamento del contratto sociale.

5. Il quadro europeo e gli errori da non fare
Gli indirizzi e gli obiettivi nell’ambito dell’innovazione sociale rientrano in un quadro più generale di fini e prospettive dell’Europa che cambia per affrontare la crisi e le sfide del continente. Un quadro di insieme è certo rintracciabile nel programma Horizon2020 ma anche nel Work Programe 2016-2017 del Societal Challenge 6 (SC6) che ha stabilito le priorità per un’Europa più resiliente alla crisi e votata all’innovazione al fine di appianare le diseguaglianze, costruire un settore pubblico innovativo e aperto, promuovere un’economia partecipata e sostenibile, comprendere i cambiamenti della cultura continentale. 
Ma, come sottolineato da Jeremy Millard di Tepsie, all’evento milanese, non si può insistere su un’agenda di pura innovazione sociale: quest’ultima va riconosciuta come parte di più vasto ripensamento del concetto stesso di cambiamento, con la consapevolezza che vanno sfruttati i programmi e i finanziamenti già esistenti, e che prove concrete dell’impatto della ricerca sull’innovazione vanno raccolte sistematicamente, al fine di capire cosa funziona davvero e cosa invece resta bella teoria.

Articolo originariamente pubblicato da : Wired.it



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